Un omosessuale viene escluso dalla donazione del sangue, e il ministro alla Salute Ferruccio Fazio, che peraltro ancora non ha trovato il tempo per spiegare il motivo dell'assenza italiana a questo fondamentale appuntamento internazionale, non è in grado di prendere una posizione e decide di predere tempo richiedendo un parere al Centro nazionale Sangue.
Mentre assistiamo alle imbarazzanti esternazioni di un ex ministro alla Salute, Gerolamo Sirchia, peraltro firmatario proprio del Decreto 3 marzo 2005 - Protocolli per l'accertamento della idoneita' del donatore di sangue e di emocomponenti. Che parla addirittura di “persone a rischio”, quando l'intero mondo oramai sa che a rischio casomai sono i comportamenti. E cita legislazioni di altri Paesi su donazione e omosessualità, ignorando che tali legislazioni, per esempio negli Usa, sono in via di modificazione, proprio in aderenza all'evidenza scientifica, che è un po' diversa da come la racconta l'ex ministro.
È ora di finirla.
La Lila ha recentemente seguito un altro caso, all'Avis di Brescia, l'esclusione dalla donazione di una persona che vive sotto lo stesso tetto con un familiare sieropositivo. Non un partner: un familiare. Qual è il messaggio che passa da queste prese di posizione? Che vivere con una persona sieropositiva è pericoloso? Che gli omosessuali sono pericolosi e possono contagiarci in quanto tali? Per il caso da noi seguito, il Centro nazionale Sangue, interpellato, ha risposto citando proprio il Decreto Sirchia, e ribadendo il diritto a donare il sangue per la persona ingiustamente esclusa, ci auguriamo che così accada anche per il ragazzo omosessuale. Come ci auguriamo che stigma e discriminazione, che sono i migliori alleati della propagazione del virus, spariscano una volta per tutte.
L'umiliazione che ancora devono subire le persone ingiustamente discriminate da chi, a tutti i livelli, agisce sulla base del moralismo e delle ideologie e ignora l'evidenza scientifica, è cosa grave. Non solo perché offensiva per le persone coinvolte, ma perché ci fa fare passi indietro nella lotta all'Hiv/Aids e impedisce di avviare politiche di prevenzione realmente efficaci. Questo era il centro del dibattito alla Conferenza di Vienna, ma l'Italia purtroppo non c'era, perciò non può saperlo. E si vede.
Fonte:
imgpress.it